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ITALIA MA NON SOLO

Per quanto il nostro impegno nei confronti di realtà operanti in luoghi meno vicini a noi dal punto di vista geografico, ricordiamo il proseguo della partnership con l’associazione Jaima Sahrawi, nello specifico continuiamo a collaborare per l’accoglienza del gruppo bambini su Scandiano per l’utilizzo dei nostri mezzi, inoltre nel 2007 abbiamo ospitato presso una nostra struttura Said, un bambino diversamente abile che necessitava di medicazioni ospedaliere (alcuni dei nostri soci si sono anche resi disponibili per la gestione del suo tempo); nel 2008 abbiamo accolto il tirocinio di alcune donne sahrawi impegnate nel progetto ai campi.(ricordiamo che il progetto partito nel 2002 riguarda la formazione di donne Sahrawi operanti nel settore dell’handicap nei campi profughi che esistono da oltre trenta anni nel Sahara Occidentale)

Inoltre nel 2008 l’ong GVC , che tra i tanti sta portando avanti un progetto in Libano, ha richiesto al collaborazione del Consorzio 45 per quanto riguarda la formazione di volontari e operatori locali affinché nel loro quotidiano all’interno di un centro polivalente fossero in grado di proporre attività che permettessero l’inclusione di ragazzi con disabilità.il consorzio ha naturalmente accolto la richiesta coinvolgendo la nostra cooperativa che si è resa disponibile grazie anche alla partecipazione di Borea .

Pertanto il risultato è stato che si sono recati in missione due dei nostri soci lavoratori , Adriano Santamaria e Maurizio Fajeti, assieme naturalmente ai referenti di GVC e all’équipe di telereggio che aveva il compito di documentare lo svolgimento del progetto.

  Il Libano un’esperienza impagabile

                                

La complessità sociopolitica e religiosa del Libano attuale, riflette perfettamente il contesto di chi vi si trova ad operare nel campo delle disabilità e di chi, queste diverse abilità, sperimenta in prima persona in una nazione così ricca di contraddizioni.

Attualmente vi sono solo due grandi associazioni che hanno sede a Beirut, una si occupa di cecità e l’altra quasi esclusivamente di disabilità fisico motorie. Entrambe queste associazioni esercitano forti pressioni sul parlamento libanese perché venga attuata la legge 220 del 2000, che riconosce pari diritti e opportunità alle persone diversamente abili. L’unico problema, dal nostro punto di vista, è che queste realtà si muovono in modo univoco; l’associazione ciechi opera per avere un’integrazione sociale per le persone con problemi visivi, mentre l’altra si occupa quasi esclusivamente di fare abbattere le barriere architettoniche e dare sbocco occupazionale a chi ha problemi fisico motori. E così, è anche per tutte le altre situazioni che abbiamo avuto modo di conoscere. Ogni corrente politica o religiosa si occupa del proprio gruppo di appartenenza e chi è povero o non rientra in questi raggruppamenti resta fuori, manca un referente unico per rispondere in modo omogeneo ai bisogni delle persone con diverse abilità, senza distinzione alcuna. Sia le due associazioni, che le altre realtà presenti nel paese hanno capito di aver bisogno di un interlocutore esterno, che medi tra loro, che disponga di risorse economiche e che sia in grado di lavorare sul territorio per promuovere integrazione. Quindi a questo punto gli attori coinvolti sono: le due associazioni (che hanno un ruolo istituzionale nei confronti del governo e del parlamento e possono disconoscere o meno le ONG internazionali che operano in libano, attestandone le competenze), i vari gruppi politici o religiosi (che operano direttamente sul luogo con centri e scuole pubbliche o private, ma muovendosi in modo frastagliato e senza nessuna rete di sorta), le ONG stesse (che hanno risorse economiche, una discreta capacità progettuale, e una visione più allargata e disgiunta da questioni politiche o religiose e fungono appunto da mediatore tra le varie parti con obiettivi specifici), la Cooperazione Italiana (che ha il compito di destinare i fondi alle ONG)  e in ultimo, anche se non per importanza, viene il contingente dell’UNIFIL, che svolge un’azione sedativa sia nei confronti degli hezbollah che in quelli di Israele, ma che aspirerebbe anche ad esercitare un controllo maggiore sulle altre organizzazioni che si muovono in Libano e che, guarda caso sono proprio le ONG in oggetto. Con queste premesse si può capire come l’approccio al problema delle disabilità, ma principalmente l’individuazione dei bisogni reali dei singoli individui, risulti essere estremamente complesso e delicato. Credo che le ONG siano in grado di rappresentare l’unica risposta a questa complessità, in quanto la cooperazione internazionale può farsi carico di creare una rete in grado di costituire una sorta di Welfare, raccordando e mettendo in sinergia le risorse e le capacità di tutti gli altri attori. Il contesto sociale, oggi in Libano è così frammentato che fare un piano su larga scala mi sembra improponibile, perché non avendo una struttura consolidata rischierebbe di franare su sé stesso. Più funzionale sarebbe la creazione di piccole realtà locali in cui sperimentare e far sperimentare autonomie ai giovani libanesi, che abbiamo avuto modo di incontrare durante la nostra missione e che hanno mostrato voglia di fare e grande iniziativa, oltre al fatto non secondario, che percepiscono chiaramente come per loro, questo possa essere in futuro uno sbocco lavorativo.  E’ fornendo a questi giovani la possibilità di sperimentare modalità di approccio alla disabilità con una visione olistica del problema e con strumenti già utilizzati, che si può sperare di avviare un processo efficace che si allarghi sul territorio a macchia di leopardo, facendo conoscere ad altri un possibile metodo di approccio alla disabilità e trasmettendo conoscenza. Infine, è indispensabile un lavoro di sensibilizzazione della società libanese e di visibilizzazione delle persone diversamente abili e delle loro realtà.

A questo punto, volendo facilitare questo processo di cambiamento, viene spontaneo chiedersi quale potrebbe essere il nostro ruolo, come cooperativa sociale con una mission che mantiene una visione anche all’esterno, non solo del territorio ma anche dei confini stessi della nazione, come appartenente al consorzio 45, che promuove iniziative di solidarietà a paesi in emergenza e infine come facenti parte di una idea cooperativistica a cui fanno capo la lega delle cooperative e i suoi organismi. Penso che in un momento politico come quello attuale italiano, in cui fondi e risorse per la solidarietà vengono quotidianamente ridotti, sia un nostro dovere garantire iniziative di sostegno a soggetti deboli sia in Italia che all’estero, questo ovviamente entro le nostre possibilità. Perciò è indispensabile la scelta delle partnership e dei progetti per non rischiare di disperdere mezzi e ottimizzare le possibilità. Crediamo anche che sia indispensabile mantenere una supervisione perché comunque gli interessi in campo sono molteplici e i fattori di rischio anche.

Ed ora veniamo alla nostra esperienza sul campo. Srifa è un piccolo villaggio nel sud del Libano, era stato bombardato dagli israeliani nel 2006 ma ora è ormai stato ricostruito quasi completamente. L’ONG italiana GVC con il contributo della regione Emilia Romagna, ha partecipato al recupero della struttura e al restauro dell’edificio municipale. Attualmente al piano terra vi sono gli uffici comunali e il sindaco di Srifa, il primo piano è ancora in fare di recupero e al secondo piano c’è il centro polivalente progettato e seguito da GVC. Al Srifa Multipurpose Centre c‘è una biblioteca a disposizione della comunità, uno spazio adibito per organizzare corsi sui computer, un atelier di cucito con cucitrici automatiche per le donne del villaggio, servizi igienici senza barriere architettoniche, e una cucina. All’interno c’è anche un ampio salone in cui vengono ospitati periodicamente dei ragazzi con disabilità di una scuola di Srifa, per fare delle attività di socializzazione. Il compito che ci era stato assegnato, dalla cooperativa Zora direttamente e dal Consorzio 45 e Borea come mandatari,  consisteva nel trasmettere, alle operatrici del centro e ai volontari, le competenze per svolgere i laboratori di carta riciclata e terracotta. Dopo esserci presentati e aver parlato della nostra cooperativa abbiamo fatto vedere un filmato e delle diapositive che mostravano lo svolgimento delle attività e i vari passaggi del lavoro. Dopo di ché abbiamo spiegato quali attrezzature erano necessarie e come reperirle, quindi siamo passati alla fase pratica. Insieme a loro abbiamo spezzettato la carta, macerata, centrifugata, e setacciata, fino al lavoro conclusivo, la realizzazione di fogli di carta riciclata e l’utilizzo di questi per abbellire vari oggetti. Lo stesso percorso è stato fatto con la terracotta, ma questa volta gli operatori locali avevano il ruolo di osservare mentre noi svolgevamo l’attività con dei bambini che frequentano il centro.  Per noi è stata un’esperienza ricca dal punto di vista umano e lavorativo, e possiamo dire che lo scambio di conoscenze  sia stato reciproco, certo sarebbe interessante poter ospitare un gruppo di questi operatori in Italia per mostrare loro più cose e permettere un apprendimento più approfondito delle tecniche, ma come abbiamo imparato in Libano… inshallah.

 (Fajeti Maurizio)

 


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